About

Sono nato nel 1963 e ho sem­pre avuto la pas­sione per le cose che si pos­sono smon­tare. Sono sem­pre riu­scito anche a rimon­tarle, per fortuna.

Tutto quello che ho impa­rato lo devo a mio nonno Miro che mi ha inse­gnato a leg­gere, scri­vere con la sini­stra (prima come Leo­nardo, da destra a sini­stra e rove­sciato, e poi, dieci giorni prima di andare a scuola, da sini­stra a destra e dritto), con­tare (a tre anni solo fino a sei per­ché la sta­zione di Varese aveva solo sei binari ma poi anche oltre per­ché le tra­ver­sine sono molte ma molte di più) e capire come sono fatte le cose, par­tendo però dai razzi spa­ziali (la notte dell’allunaggio anch’io ho assi­stito agli stu­pidi bat­ti­bec­chi fra Rug­gero Orlando e Tito Sta­gno e mi sem­bra­vano per­sino discorsi intel­li­gen­tis­simi) e dagli aerei (avevo un libro enorme e bel­lis­simo che ripor­tava fedel­mente dise­gno e carat­te­ri­sti­che tec­ni­che di tutti i modelli di aereo mai costruiti fino ad allora e lo sapevo a memo­ria). Tutto que­sto prima di com­piere sei anni. Dopo è ini­ziata la scuola e fino alla fine del liceo è stato tutto uguale a quel che fanno tutti, più o meno. Forse più meno che più per­ché sono cre­sciuto molto tardi.

Data la smi­su­rata pas­sione per la musica (è nata con me dato che “La bam­bola” di Patty Pravo era solo uno dei miei cento e più 45 giri che suo­navo fino allo stra­zio sulla fono­va­li­gia dei miei geni­tori) e la con­te­stuale carenza di talento musi­cale (sono sto­nato come una cam­pana appesa al collo di una mucca del can­ton Uri), ho con­dotto le mie suc­ces­sive ambi­zioni set­to­riali sul mestiere di fonico (che, per chi non lo sapesse, è quello che sta chiuso tutto il giorno e spesso anche la notte in uno stu­dio ten­tando di dare una par­venza d’ordine alla regi­stra­zione ed al mis­sag­gio di un disco). Que­sto dal 1985 al 1996. A seguire e fino al 2001 il “pro­vi­der” (ho rico­perto un sacco di ruoli, ma alla fine ero “l’amministratore”) e da allora ad oggi il foto­grafo. Anche di musi­ci­sti. A volte anche nudi.

Par­reb­bero arti e mestieri poco in rela­zione fra loro se non fosse per l’unica cosa che oggi le acco­muna: Il computer.

Come fonico l’ho usato (erano sca­tole beige con la mela colo­rata) per met­tere in sequenza e aggiu­stare le note, modi­fi­care i suoni dei cam­pio­na­tori e, alla fine del periodo, anche per regi­strare in digi­tale su hard disk (oggi lo fanno tutti, allora era fan­ta­scienza. “Le Nuvole” di Fabri­zio De André è stato il primo disco fatto in Ita­lia dove pra­ti­ca­mente tutto è stato “riag­giu­stato” con il com­pu­ter, un lavoro da pazzi allora).

Come pro­vi­der con i com­pu­ter (verso la fine ave­vano la mela tra­spa­rente di pla­stica inca­sto­nata in qual­cosa di un colore impor­tato dall’Australia che chia­ma­vano “bondi”) si faceva tutto, ma pro­prio tutto. Solo che era ancora un periodo in cui il pro­vi­der lo face­vano in pochi (il col­le­ga­mento dei modem in ppp, e prima ancora in Slip ma quello me lo sono evi­tato, solo i più anziani ormai lo ricor­dano: asso­mi­gliava molto a un rituale voo­doo e il risul­tato era altret­tanto incerto) e i com­pu­ter non fun­zio­na­vano pro­prio così bene. La notte non si andava mai a dor­mire tran­quilli, in qua­lun­que momento un cliente qual­siasi poteva chia­mare (ave­vamo pochi clienti e anche un rap­porto molto per­so­na­liz­zato con loro, così per­so­na­liz­zato che molti con­ti­nuano a chia­marmi anche per i pro­blemi che hanno con Fast­web…) e si doveva cor­rere “in Pla­net” per ten­tare di sal­vare il sal­va­bile. La repu­ta­zione, più che altro. Oggi i raid5 si fanno per non per­dere i dati, allora era il modo più veloce per per­dere molti dati in poco tempo, giu­sto per fare un esempio.

Per finire, come foto­grafo ho sem­pre e solo lavo­rato con il com­pu­ter (adesso però hanno le mele bian­che, fun­zio­nano benis­simo e sono molto ma molto più veloci e sicuri), dallo scatto alla con­se­gna. Non ho mai seria­mente usato la pel­li­cola e non credo sarei capace di usarla vera­mente bene. Ma del resto per­ché farlo? È così diver­tente scat­tare in digi­tale. Così diver­tente che adesso fac­cio un sacco di foto anche con un tele­fono con una mela die­tro (però è nera) che sem­brano quasi delle vec­chie polaroid.

Insomma, è gra­zie al com­pu­ter che l’esperienza delle vite pre­ce­denti è stata sal­vata e messa util­mente al ser­vi­zio di que­sta nuova pas­sione (e lavoro).

Nel frat­tempo ho fatto anche delle altre cose, come tutti. Mi sono spo­sato, ho quat­tro gatti bel­lis­simi (ma tutti i gatti sono bel­lis­simi) e sono diven­tato un po’ più grande. Mai abba­stanza, però.

Mau
Foto di Michele Tabozzi