Ero un fonico

Non mi capitava da un po’ d’essere intervistato e ancora da più tempo d’essere intervistato sulla mia vita da fonico. Incredibilmente questo mese sono uscite contemporaneamente due mie interviste, per di più sulla stessa rivista, Computer Music Studio, edita da Tecniche Nuove.

La prima, di Roberto Lucchesi (fra l’altro ex direttore di una dei miei appuntamenti fissi con l’edicola dell’adolescenza, Audio Review), è dedicata alla realizzazione di Le Nuvole di Fabrizio De André. Chi, ormai qualche anno fa perché è da un po’ che molto colpevolmente non pubblico nulla di nuovo, ha letto qui qualche articolo sa quanto detesti la celebrazione continua di De André anche perché avendolo conosciuto bene so quanto l’avrebbe detestata lui stesso.
Ma questa volta l’intervista non era celebrativa o almeno tentava di non esserlo: si trattava semplicemente di raccontare come fosse difficile o diverso realizzare un disco così complesso in un’epoca così vicina nella quale però i computer non avevano la potenza, la versatilità e le possibilità che hanno oggi e quindi si doveva ricorrere a sistemi alquanto primordiali per fare ciò che ora si farebbe in pochi secondi e molto meglio con computer portatili e software come Pro Tools, Logic Pro X o Digital Performer.

La seconda, di Stefano Pinzi, è su coloro che nel corso della loro vita hanno smesso di fare il fonico. Cascavo a fagiolo, quindi. Per ricominciare a pubblicare qui  mi pare di fare la cosa giusta partendo da questa. Fra qualche giorno (promesso, non mese!) pubblicherò anche l’altra.


Quella di Maurizio Camagna è una storia professionale che negli anni si è modificata ed evoluta in diverse forme. Fuggito dal mondo della discografia per le ragioni che ci elencherà nella sua intervista, Maurizio si è dapprima dedicato all’attività di internet providing e oggi svolge con successo la professione di fotografo free-lance. Raccogliamo la sua interessante testimonianza di quegli anni trascorsi in studio di registrazione:

Sono sempre stato un grande amante della musica e da bambino avevo anche studiato pianoforte. Ben presto mi resi però conto che suonare non sarebbe stato il mio mestiere e all’ultimo anno di liceo cominciai, nei pomeriggi dopo la scuola, a imparare le prime basi del lavoro in studio in una piccola sala che realizzava musica per pubblicità. Lo studio era di proprietà di Flavio Premoli, ex tastierista della PFM, e di Carlo Forester, che ancora oggi si occupa con successo di questa attività. Nel frattempo mi ero anche iscritto al corso d’informatica all’università, ma ben presto lasciai perdere per seguire questa mia passione e mi trasferii a Milano alla ricerca di uno studio più grande. Entrai come assistente allo Psycho di Claudio Dentes e vi rimasi, rigorosamente non pagato, per alcuni anni. Da lì però sono arrivati rapidamente i primi contatti e i primi lavori importanti, soprattutto con Mauro Pagani. Con Forester, Premoli e Lucio Fabbri diventai più tardi socio dello studio Metropolis, dove sono rimasto fino al ’96. Mi ritengo molto fortunato; bisogna esser bravi, capaci, svegli però bisogna anche aver la fortuna di trovare l’occasione giusta.

E a un certo punto hai deciso di cambiare. Perché?

Al fonico è richiesto un impegno enorme, è quasi una vocazione religiosa. Gli orari non esistono e si passano molti giorni in studio a stretto contatto con le stesse persone. Ai tempi c’era davvero un eccesso di convivenza, al contrario di quanto avviene ora che i musicisti registrano anche in casa propria. Oggi posso dire di essere diventato molto più bravo nell’arte della diplomazia, ma all’epoca ero uno che diceva le cose in faccia e spesso mi scappavano considerazioni che forse avrei dovuto tenere per me. Non stavo simpatico a tutti, tanti non volevano neppure lavorare con me. Se non mi piaceva quel che sentivo il mio disappunto era evidente, e io ritengo di aver lavorato in un periodo in cui la musica italiana era molto brutta. A parte la collaborazione con De André e il primo disco dei Bluvertigo, con il quale mi sono divertito molto, devo dire che non ricordo grandi capolavori sui quali abbia messo mano. Sopportavo poco anche che si fumasse in studio. Non sono mai stato un fumatore e per me certe situazioni erano davvero difficili da sostenere. In Italia un fonico gode purtroppo di una considerazione davvero molto bassa, ed è una situazione non facile da sopportare quando sai di aver dato tanto per un disco, mettendoci del tuo anche nella programmazione di suoni, tastiere, sequenze, ecc. per poi a mala pena comparire nell’elenco dei credits. All’inizio non ci fai caso perché ti basta esserci, ma alla lunga questa totale assenza di gratitudine comincia a diventare un macigno. Ci sono state alcune esperienze che mi hanno definitivamente convinto a smettere; una di queste risale al giorno di un mio compleanno, trascorso fino a tarda ora in studio con il produttore quando in realtà sarei dovuto uscire a cena con la mia fidanzata dell’epoca. È stato un momento brutto, nel quale mi sono reso conto che non potevo andare avanti così. Ci sono cose più facili da sopportare quando sei molto giovane e che diventano insostenibili quando cominci a crescere e a desiderare di avere una vita privata. Ho sempre lavorato tantissimo, ma ora riesco a gestire il mio tempo e questa è una grande differenza. Un’altra esperienza faticosa e negativa, della quale ho già raccontato in altre occasioni, è stata la registrazione di Anime Salve, l’ultimo disco di Fabrizio De André. Sei mesi che considero terrificanti, in balìa di continui dubbi irrisolti. Proprio durante questi sei mesi avevo però creato una piccola società di Internet Service Providing. Si intravedeva anche l’inevitabile crisi della musica, con budget sempre più ristretti e vendite dei dischi in picchiata (ben prima della distribuzione di musica via internet) e questa fu la spinta definitiva verso il cambiamento.

Come è cambiato poi il tuo rapporto con la musica?

Quando ti allontani dallo studio ti rendi conto di non riuscire più ad ascoltare musica serenamente. Ci sono voluti cinque anni per ritrovare interesse e andare alla ricerca di vere novità. Quando vivi in studio tendi ad ascoltare molto di ciò che i musicisti ti propongono, che di solito sono altri musicisti che suonano molto bene. La musica però non è bella solo perché sei bravo a suonarla o perché “suona bene”; è come leggere un manuale d’istruzioni anziché un bel romanzo. Per me ad esempio è un piacere sentir suonare Stefano Bollani, però di lui posso dire che è un geniale esecutore, ma non che sia un bravo autore.

C’è una parte di questa esperienza che ti è poi stata utile per le tue più recenti attività?
Ho sempre portato con me la grande familiarità con i computer, che mi è servita moltissimo. In studio mi sono anche abituato a essere molto attento ai particolari e questo nel lavoro di fotografo aiuta tanto. Sono sicuro che si possa essere un buon fonico o un buon fotografo anche senza essere estremamente precisi e meticolosi, ma è un modo diverso di interpretare quei ruoli. Poi c’è l’aspetto umano: dopo 15 anni da fonico, chiuso in piccole celle buie condivise con più persone, qualunque altro lavoro ti sembra più facile da gestire. Ho cercato di far tesoro degli infiniti errori diplomatici che ho commesso quand’ero in studio.

computer-music-studio-ottobre-2013

One Comment

  • Marco Priori wrote:

    E’ stato proprio un piacere ritrovarsi nello stesso articolo… Incredibile come vite diverse finiscano così spesso per coincidersi. Devo chiamarti: tu avrai ancora il mio numero, io ho brasato il tuo insieme a tutta la rubrica. Nevermore Android.

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