Una Libia da cartolina

Nel 2004 ho fatto un viaggio in Libia. Ci sono andato per lavoro, ma lo scopo non era certo quello di fare un reportage sulla dittatura o sul trattamento dei migranti respinti. Anzi era proprio l’opposto: far vedere al potenziale turista italiano, all’epoca ancora avido lettore di riviste di viaggi, che anche la Libia era una nazione appetibile dal punto di vista turistico, dove tutto andava bene, la gente era contenta, tranquilla e felice di accogliere il turista ansioso di visitare le favolose rovine delle città di Leptis Magna, Sabratha, Cirene e Apollonia. Una missione ignobile, insomma.

In questi giorni, inevitabilmente vista la situazione attuale, ho ripensato a quel breve giro turistico accelerato e ho dato di nuovo un’occhiata alle foto che giacevano abbandonate da anni in archivio. Sfogliandole ho pensato che, nonostante l’intento da cartolina del viaggio, ci fosse qualcosa che potesse avere un senso mostrare anche adesso, magari non proprio per invitare il turista ciabattato in braghette e canottiera a correre a Leptis Magna (che poi a me è sembrata un pacco, un mucchio di rovine rimontate un po’ a caso), ma piuttosto per augurare ai ragazzi di quel paese di poter al più presto tornare a giocare a calcio per strada.

(Lo so anch’io, ci sono delle foto storte, anche tanto. Oggi qualcuna non la farei più così ma si cambia, eccome se si cambia).

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