Reach Out And Touch Faith
Your own

Personal Jesus

Metropolis era il mio studio, beh, non prorpio solo mio. Era una società di quattro persone e io avevo un quarto delle quote. Un grave errore di gioventù, mettiamola così e la finiamo qui perché se mi mettessi a raccontare la storia del Metropolis e del perché fu un grave errore la professoressa mi darebbe un brutto voto per essere andato subito fuori tema. Ma pur essendo socio non avevo un contratto. Ero, come si diceva e forse ancor si dice, un fonico e programmatore freelance.

E infatti proprio in quel periodo, stiamo parlando della fine di maggio del 1993, non stavo lavorando al Metropolis, bensì allo Psycho Studio (che casualmente era anche il primo posto dove avevo iniziato come assistente fonico appena arrivato a Milano verso la metà degli anni ’80) per registrare e mixare un disco di un autore che aveva improvvisamente deciso, pur essendo stonato e quasi compleamente privo di voce, di diventare anche cantautore. Se lo fa Lou Reed lo posso fare anch’io, pensava. Superfluo spiegare che non tutti sono Lou Reed e poi anche così sto andando fuori tema per cui, qui, di questo cantautore non ne parleremo.

Insomma, avevamo da poco iniziato questo disco, diciamo da una settimana circa, ed eravamo ancora alle basi: batteria, basso e al masssimo qualche chitarra non ancora definitiva e delle voci rough di riferimento. Un pomeriggio arriva una telefonata di Mary. Mary era la segretaria del Metropolis, una tipina minuta, giovane, tacchi alti, jeans, chiodo, capelli ricci castani gonfi e lunghi come solo in quegli anni si potevano vedere, vocina flebile e delicata. A lei, che evidentemente doveva condurre una seconda vita notturna che tutti ignoravamo, piacevano solo i Def Leppard, un gruppo metal che se eri fortunato metteva solo un teschio sulla copertina. Ciò nonostante, il tono della telefonata fu subito chiaro: “Maurizio, è appena arrivato un fax dalla Mute. Dovresti venire subito qui”.

Detta così, se uno non sa cos’è la Mute, pare quasi una cosa tipo è arrivata una multa, vieni qui che c’è da pagarla. Ma Mute voleva dire una cosa sola: Depeche Mode. Era la casa discografica nata e gestita proprio per loro dall’amico e primo produttore Daniel Miller. L’unico gruppo a quel livello a non avere mai avuto un contratto con una major, il prototipo dell’artista indipendente. Insomma, all’epoca Mute e DM erano la stessa cosa. Ma io non potevo, stavo facendo questo disco del cantautore stonato che si credeva Lou Reed, chiuso nel seminterrato angusto e buio dello Psycho (tutti gli  studi all’epoca erano in seminterrati angusti e bui per cui non è che si notasse molto quando ci si stava dentro), alle dipendenze di un produttore marito di cantante famosa che per dimostrare al mondo che non lavorava solo perché marito di cantante appunto famosa, doveva rassicurare se stesso e gli altri facendo il superpreciso avendo dedotto che solo fondando il suo  stile produttivo sulla precisione, nessuno avrebbe poi potuto mettere in dubbio la sua autorità dicendogli che c’era qualcosa di sbagliato.

E poi, in fondo, non a tutti piacciono i Depeche Mode e meno ancora li capiscono. Anzi, nel fighettissimo, autoriferito e provinciale mondo della musica italiana del 1993 (non che oggi sia diverso) i Depeche Mode erano visti ancora come quelli che facevano stupide canzonette synthpop cantate da uno che non sa cantare e scritte da uno bizzarro che si veste da donna. Insomma, un pelo più giù della merda. Questo detto da gente che si è pregiata di scrivere capolavori come alcuni pezzi sanremesi sui quali stenderei il pietoso velo, tutta roba che verrà ricordata nei secoli dei secoli amen. Camagna, non andare fuori tema e non essere cattivo. Ok.

Che ci fosse sotto qualcosa che non potevo perdermi l’avevo chiaramente capito subito, Mary aveva un debole per me, non certo fisico, ma sicuramente umano. Insomma, ero l’unico della sua età (o quasi) fra i soci e l’unico ad ascoltare musica che non fosse adatta qausi solo per gli ascensori o per un ritrovo di ex liceali degli anni sessanta. E perciò e senza contare nemmeno fino a tre dico a tutti: “Ragazzi, ho un problema, per oggi mi sostituirà l’assistente, ci vediamo domani mattina”. Il produttore preciso s’impunta, eh no, queste cose non si fanno, non si può mollare un lavoro a metà. Io dico: “Ma non preoccuparti, non sto mollando nulla, ci si vede domani, per oggi i suoni sono fatti, dovete solo registrare ancora qualcosa, per mandare avanti e indietro il nastro l’assistente va benissimo, è bravo, io vado via solo adesso, ho una vera urgenza. Scusami, non mi pagare la giornata, non importa, però adesso devo proprio andare.”
Il produttore ovviamente decide che doveva dimostrare di essere il vero capo proprio lì, in quel momento, con me, e sentenzia: “Se te ne vai adesso non tornare mai più.”
“Ok”, gli rispondo al volo, “non torno più. Ciao a tutti, buon lavoro, divertitevi e sono sicuro che verrà lo stesso un bel disco, anzi, migliore.”
Il cantautore ex solamente autore resta senza parole, i musicisti pure, ma sotto sotto e poi nemmeno tanto sotto sotto, avrebbero tutti voluto fare come me. Perché quel produttore lì stava proprio sulle palle a tutti, forse anche alla moglie cantante famosa che infatti dopo un po’ avrebbe divorziato. Adesso lei è sempre cantante famosa anche se rifatta, lui invece linka video di gruppi rock anni settanta su facebook, un pelo più su dello spam.

Arrivo al Metropolis, esaltato per il gesto come un padre pellegrino in fuga per l’America sulla Mayflower, e Mary mi dice: “Guarda il fax, e non è uno scherzo, i Depeche Mode vengono qui, a registrare, per una settimana o forse anche due, hanno già il loro recording engineer ma gli serve un in house engineer”. Insomma, uno di qui, che sappia quali bottoni schiacciare e quali cavi attaccare. Un pelo più su del tea boy, ma sempre meglio che registrare quel disco di cui sopra.

All’epoca i Depeche Mode erano il mio gruppo preferito, di sempre. Ricordo ancora le notti passate ad ascoltare Black Celebration, Music For The Masses e Violator, cercando di capire come fosse fatto ogni suono, di isolare idealmente ogni strumento o voce per ascoltarlo da solo e scoprirne tutte le sfumature e le tecniche. Cercando anche di imitare i loro suoni, ogni volta che il lavoro me ne dava la rara occasione. Da poco era uscito Songs Of Faith And Devotion, quello che per me resta il loro disco migliore. Avere i Depeche Mode al Metropolis era come per un cattolico praticante ricevere direttamente a casa propria il papa, e non per una visita, ma perché ci abitasse, per una settimana o più.

Anzi, no, non il papa, proprio Gesù Cristo. Your own Personal Jesus.

Il giorno successivo arriva la conferma, poi un po’ di fax interlocutori per dipanare le questioni tecniche e organizzative e poi finalmente il 4 giugno un ultimo fax che dice solo questo: After tonight show Maurizio Camagna from Metropolis studio will be taking the multitrack of tonight recordings to the studio.
Ok, non so se è chiaro. Sarei andato al concerto, con un pass totale, e alla fine avrei preso i nastri delle registrazioni per portarli in studio. Un fattorino, praticamente. Ma un fattorino che porta le ostie benedette direttamente dal proprio personal Jesus.
Lo show è stato quello che è stato, un capolavoro mai più eguagliato. Così bello che Anton Corbijn ci ha fatto un film che uscì alla fine del tour e poi di nuovo rimasterizzato e con molti extra in DVD nel 2004, “Devotional“. Il palco era disposto su due livelli, costruito con dei cubi alti qualche metro che fungevano contemporaneamente da schermo per la retroproiezione di immagini di Corbijn e da supporto per i quelli che suonavano al livello superiore. Fu l’ultima vera tournée dei Depeche Mode, prima che Alan Wilder li abbandonasse lasciandoli decadere allo status di gruppo pop qualunque, ormai adatto proprio agli ascensori (tutti prima o poi diventano adatti per gli ascensori, e questo dovrebbe far riflettere). Ma era il 1993, e i Depeche Mode del 1993 erano la perfezione. Dal vivo per la prima volta suonavano davvero quasi tutto (fino ad allora più che altro c’erano solo dei nastri data l’impossibilità materiale di riprodurre dal vivo i complicatissimi suoni prodotti in studio), Alan Wilder la batteria e le tastiere più articolate, Fletch qualche effetto speciale o background e Martin Gore la chitarra. Ma non una chitarra qualunque, una splendida Gretsch semiacustica bianco crema, la sua chitarra, l’unica, quella della frase di Enjoy The Silence. Dave Gahan era più di là che di qua, di lì a poco sarebbe quasi morto per overdose, ma in concerto, coperto di tatuaggi, magro come un chiodo, con i capelli lunghi e la barba, era veramente la controfigura di Gesù.

Tutto contento con il mio pass, mi guardo e mi godo lo splendido concerto dalla postazione ideale, quella del mixer, e alla fine, felice come una pasqua, vado tutto fiero nel backstage dove li incontro e vengo presentato a tutti. Biascico anche qualche parola nel mio timido e stentato inglese pre era internet e aspetto diligente in un corridoio che mi portino i preziosi nastri. Ma mentre sono lì ad aspettare si presenta inaspettatamente Martin Gore, sì il biondo bizzarro che si veste da donna, l’autore di Somebody e di tutte le loro canzoni. Arriva e mi dice molto gentilmente: “Hi Maurizio, do you have a car here?”. Yes. “Ok, wait a minute, please”. Un attimo dopo si presenta con la sua chitarra, la splendida Gretsch semiacustica bianca. La chitarra di Enjoy The Silence. “Maurizio, I need a favour, could you please bring my guitar with you to your studio? It’s so fragile, I don’t feel to put it in the truck”. Yes, of course. Se non sono svenuto allora, non succederà mai più. Esco da lì ancora sotto shock con in una mano i pesanti nastri delle registrazioni della serata e nell’altra la custodia con la Gretsch di Martin Gore. Camminavo senza toccare terra con i piedi. Roba che se mi avessero rubato qualcosa o se avessi fatto un incidente con l’auto non mi sarebbero bastati dieci anni per ripagare i danni. Ma qualche volta è anche bello essere incoscienti.

Una volta sicuro al Metropolis, appoggio la custodia sul divano, la apro e non resisto: prendo in mano la Gretsch, mi appoggio bene lo strap sulla spalla, accendo le casse, quelle grandi, e metto su Enjoy The Silence a volume altissimo.
Non so suonare una chitarra, ma per almeno cinque secondi è stato come se Enjoy The Silence l’avessi scritta io.

Quella chitarra è ormai un icona ed è anche sulla copertina del dvd. Da quella notte non posso più ascoltare Enjoy The Silence senza che mi vengano i brividi, anche solo per un attimo.


Devotional - Depeche Mode - Filmed by Anton Corbijn

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