unskipped

Giornata difficile ieri, seconda di due giorni in giro per l’Italia come un pacco postale spedito all’indirizzo sbagliato. E sì che la mattina era partita anche bene, sveglia alle cinque, umore splendido anche senza il latte in casa, in piedi velocemente addirittura senza riaddormentarmi fra uno snooze e l’altro, borse fotografiche già pronte (se le faccio al mattino poi arrivo e trovo il dentifricio al posto del 50), in macchina con il sole appena spuntato all’orizzonte, diretto verso un posto remoto fra le montagne, un po’ oltre Cuneo. Ma prima di tutto fermata obbligatoria alla più vicina edicola aperta: è uscita una bella copertina con una mia foto. Poi autostrada, menù mattina all’autogrill (primi segnali di difficoltà), poco traffico, temperatura gradevole, cielo a nuvolette, Radio24, e via.

Alla fine della mattina il lavoro industrial (era un servizio interno per una multinazionale svedese che produce punte supertech per frese di ogni ordine e genere) era quasi finito, senza intoppi particolari a parte la cronica mancanza di luce all’interno dei vecchi capannoni industriali italiani. Eppure già a quel punto una quasi invisibile incrinatura s’era mostrata in tutta la sua possibile gravità ed un pur rapido tentativo di ripararla ne aveva causato l’ineluttabile allargamento. Il resto del mondo, ignaro, proseguiva la sua corsa e così, con tutti i coinvolti nel servizio, siamo andati a pranzo in un locale conosciuto da qualcuno, ubicato ad appena qualche chilometro dalla fabbrica. Credo sappiate come sono quei posti grandi, informali e simpatici, magari anche puliti e ristrutturati da poco, dove spesso si trovano per la pausa pranzo tutti quelli che lavorano nelle fabbriche vicine, dove hanno un menù troppo vario, troppo generico e troppo economico per poter essere anche credibile, dove le tovaglie sono blu e le foto sono dei figli che sciano, dove ho mangiato, scelti un po’ per disperazione un po’ con la speranza che fossero civili, un piatto di gnocchetti al castelmagno. Non lo racconto nemmeno, ho già detto troppo anche solo citandolo.

Dopo una superflua ora di foto più o meno identiche a quelle della mattinata, fatte solo per la coscienza e non per necessità, saluto, riprendo la macchina ed inizio il ritorno. E lì l’inquietudine generata dall’incrinatura ormai aperta a voragine ha cominciato a sommarsi alla stanchezza di due giorni di fila con quattro ore di sonno, ai dolori vari accumulati restando due ore su una piattaforma a dieci metri d’altezza con la schiena arcuata ed i gomiti appoggiati su una gomma ruvida e seccata dal tempo e dal cloro e, in generale, ad un malumore sempre più difficile da gestire. Era il momento della contromisura estrema, l’iPod. Che poi l’iPod era rimasto a casa, avevo però l’iPhone che nei suoi scarsi 16GB (è un po’ vecchio, ma mi rifarò presto con il 4G) riesce solo a contenere la selezione minima di musica che già per suo conto è stata, in qualche valutazione ormai chiaramente troppo remota, degna di valere 4 o 5 stelle o esser stata aggiunta alla library generale e valutata meritevole di almeno 1 stella da però meno di dieci giorni. Insomma, una selezione all’ingresso che nemmeno al Billionaire quando c’era Naomi.

Eppure, devo dirvelo, è iniziata lo stesso e da subito la saga dello skip, severo, implacabile ed anche un po’ frenetico. Sarà che il traffico al ritorno era almeno dieci volte quello della mattina e la strada, per motivi insondabili ma forse in qualche modo connessi ai lavori di costruzione di una fantomatica autostrada Asti-Cuneo o al diverso posizionamento della segnaletica (quando ci sono lavori in corso così estesi il dubbio se seguire i cartelli o il navigatore diventa talvolta questione non di lana caprina), diversa e molto più lenta, sarà che la stanchezza era insopportabile, sarà che Matteo Caccia VendoTutto era stato un po’ sottotono, fatto sta che non ne passava una, di canzone. Alla fine se ne sono salvate solo ed esattamente cinque. Cinque canzoni in un viaggio di più di 4 ore. Ed allora, dato che 5 è il numero giusto per una puntata della serie Top 5 che era rimasta lì un po’ a far flanella, ecco che l’occasione è giusta per condividerle. L’ordine è quello con cui si sono salvate, “shuffle” e il mio dito sullo skip sono il loro deejay.

1) Pulling Our Weight, The Radio Dept. (2003)

Perché era nella colonna sonora di Marie Antoniette, perché Sofia Coppola è la più brava a trovare la musica migliore per accompagnare una scena e mentre lo ascoltavo mi sono sentito, per un breve instante, esattamente come la protagonista negli ultimi cinque minuti del film.

Many miles from where I’m sleeping,
You share laughter in the evening

2) The Beach Theme (Mythical Waters), Angelo Badalamenti (2000)

Non c’è su iTunes e allora ho messo un link a YouTube (di meglio non ho trovato), ma la parte che intendo inizia solo a 6:18, per cui skippate anche voi quello che c’è prima che non è per nulla la stessa cosa.

Perché The Beach è un grandissimo film, incomprensibilmente sottovalutato. E perché ogni volta che sento quella colonna sonora penso che la scena iniziale con il monologo di Di Caprio appena arrivato a Bangkok sia un momento straordinario di vero cinema e forse in quel momento anche Scorsese ha pensato la stessa cosa. Poi io forse ne ho pensate anche altre, di cose, mentre Martin s’è un po’ fissato.

My name is Richard,
so what else do you need to know?

3) Diamonds And Rust, Joan Baez (1975)

Perché erano belli, intelligenti, musicisti e poeti, perché erano una coppia meravigliosa e lei la più brava, perché lui era un grande artista e, nonostante o a causa di ciò, ha rovinato tutto. Perché me l’immagino bene lei, tranquilla nella sua casetta di legno ordinata e accogliente, che riceve una telefonata alle quattro del mattino dall’original vagabond, annoiato e solo nel bel mezzo di una stupida tournée nel Midwest. Perché gli uomini queste cazzate le fanno e Joan Baez ha trovato le parole perfette per dire tutto quello che c’è da dire, e vale per tutti.

Yes, I once loved you dearly
And if you’re offering me diamonds and rust
I’ve already paid

4) What a Diff’rence a Day Made, Dinah Washington (1959)

Perché in nessun altro film Sharon Stone è mai stata così brava e figa come in Casino (non citatemi nemmeno quella cazzata colossale di Basic Instinct che vi banno per sempre), perché quella Las Vegas prima che diventasse una Disneyland per nonni era tutta un’altra cosa. Perché un giorno fa veramente tutta la differenza del mondo.

What a diff’rence a day made
And the difference is you

5) Common People, Pulp (1995)

Perché alla fine sono arrivati loro e nessuno come loro ha saputo mai fare canzoni sinceramente allegre con testi così complessi, perché Jarvis Cocker è un genio snob ed annoiato (cit.), perché se li ascolti quando sei da solo sulla A7 e intorno a te c’è solo Casei Gerola, quando alzi il volume a palla non c’è niente che ti possa far sentir meglio.

You’ll never live like common people,
you’ll never do what common people do,
you’ll never fail like common people,
you’ll never watch your life slide out of view,
and dance and drink and screw,
because there’s nothing else to do.


Top5-02

3 Comments

  • mi hai rubato un post, nel senso che sono settimane che sto lavorando su una classifica del genere.
    ma sulla musica sei imbattibile, si sa.
    Comunque, ho comprato il disco dei pulp.

  • valentina olivastri wrote:

    So che non ci crederai, ma ieri quando scrivevo il decimo capitolo (sembra il titolo di un film di Polanski o un cortometraggio dimenticato di Dario Argento!) avevo sul repeat The Beach Theme & What a difference a day makes. La tua ironia e’ proprio tagliente, la lama sempre cosi’ affilata: avanza implacabile e so smooth dall’illuminazione al neon del ristorante al grigio dell’asfalto. Bravo!

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