70 anni dal primo dentino

Dato che qui ogni occasione e buona per parlare e celebrare Fabrizio De André (per l’ennesima volta qualche settimana fa Dori e Cristiano ne hanno celebrato i fasti per i settant’anni dalla nascita) vorrei anch’io, usando un’espressione tipicamente anglosassone, mettere i miei 2 centesimi sull’argomento nell’occasione magari delle prossime celebrazioni per i 70 anni dal primo dentino. Ma, per onorare la par condicio che di questi tempi è fin troppo spesso obbligatoria e scuotere un po’ via l’eccesso di miele che mi è rimasto attaccato ai polpastrelli dopo aver inavvertitamente toccato il telecomando per cambiar canale, ho pensato che le leggi attuali sulla prescrizione mi autorizzino finalmente a render pubblico un aneddoto fino ad oggi noto solo a pochissimi intimi (di chi non importa).
Infatti non son poi così tanti a sapere che pur avendo lavorato con Fabrizio per un periodo lunghissimo (5 dischi, dalla colonna sonora del mai abbastanza dimenticato film “Topo Galileo” ad “Anime Salve“, passando attraverso i missaggi di un disco di Dori Ghezzi (“Il cuore delle donne“), e tutto quel che c’era da fare per “Le nuvole” e “Concerti 1991“, 9 anni tondi) la mia collaborazione con lui terminò con un taglio netto, una frattura che non si è mai più sanata. Al punto che non andai al suo funerale evento e nemmeno fui più citato nelle pubblicazioni postume, ne’ mai intervistato al proposito. Non che ci tenessi a rubar la scena a persone ben più titolate al commento di me, ma l’imbarazzo nasce anche dalla constatazione che su Fabrizio pare tutti si sentano comunque in diritto di dire qualcosa. È un fatto che l’intero planetario (firmamento mi pare eccessivo) musicale italiano non possa più prescindere ne’ da lui ne’ dalle sue opere visto che una cover di un suo pezzo ormai non la si nega più nemmeno a Gigi D’Alessio (è accaduto su Rai1 il 4 marzo 2010, Don Raffaè, nel caso qualcuno l’avesse scampata).
Perché finì dunque? Registravo le voci dell’ultimo disco, “Anime Salve”, sfinito da sei mesi di dubbi non risolti a causa di un produttore tanto simpatico e gentile quanto totalmente incapace di mettere la parola fine su ognuno di essi. Le voci sono quasi sempre il momento critico nella registrazione di un disco: finché si metton lì gli strumenti, uno ad uno, battuta per battuta o addirittura nota per nota, se qualcosa non funziona la colpa è del musicista, del produttore, del tabaccaio, della sveglia molesta o di qualunque altra cosa possiate immaginare. Si può sempre rifare, correggere col campionatore (allora si faceva così, oggi si mette a posto praticamente tutto col computer), far rifare ad un altro musicista, insultare il ragazzo del bar, rompere la sveglia, buttar via la traccia o tutto il pezzo e rifare la base da capo… Insomma, c’è sempre spazio per un alibi. E per riscrivere la storia cambiando anche la facce nelle foto di gruppo (ma questa è, per parafrasare Carlo Lucarelli, un’altra storia).
Quando è il momento di registrare la voce e, belin, la voce è quella di Fabrizio (noterete che insisto nella fastidiosa abitudine di non chiamarlo Faber), ebbene, non resta più spazio per il dubbio. O la canzone c’è, o non c’è. O va bene o non va bene, e se non va bene che si fa? I monumenti non si toccano, chi oserebbe mai dire che il Colosseo sarebbe stato più bello se l’avessero fatto, dico una cosa a caso, tondo invece che ellittico? Cercate di immaginare (so che è difficile) sei mesi di me in un sottoscala fumoso e malsano che registro dando retta alle richieste di ognuno, mando avanti e indietro nastri così tante volte da quasi consumarli, chiedo inutilmente al produttore lumi sull’eventualità che qualche riga cantata sia buona abbastanza da poterla tenere (oggi si tiene tutto ma allora le piste erano 24 o al massimo 48 e oltre non si poteva proprio andare se non a prezzo di complicazioni veramente inimmaginabili) e dall’altra parte del vetro (leggi “da Fabrizio”) ottengo solo mugugni e sguardi traversi. Perché questo era il suo famoso metodo. Ti metteva alla prova, tirava la corda per vedere se e quando si sarebbe spezzata per poter poi dire che l’aveva previsto e che lo stronzo eri tu. Tanto chi avrebbe mai osato contraddire un monumento?
Ed un giorno, ineluttabile come solo il destino sa essere, la prova estrema arriva. Di colpo, senza preavviso e ancora presto nel tardo pomeriggio (come dire “all’alba”, per Fabrizio), quando di solito le acque erano ancora calme denotando quindi l’evidente premeditazione della frase, dice: “Belin, ma non lo senti che il suono della voce è impastato? Ma sei sicuro che il microfono sia lo stesso che abbiamo usato per le nuvole?” (Rimprovero e dubbio contemporaneamente, bruttissimo segnale, siamo già a def con 1). Rispondo: “Ma certo Fabrizio, è il Neumann U67 a valvole, è perfetto, revisionato il mese scorso e funziona benissimo” (Errore fatale, mai rispondere con un punto fermo). “Belin, secondo me hai le orecchie foderate di prosciutto, metti su Le nuvole e ascolta” (La situazione è già irrecuperabile, a questo punto la valanga si è già staccata dal costone). Metto su ‘ste nuvole, come se non le conoscessi già a memoria (vanno, vengono, ma più che altro incombono!). Il suono è uguale, ovviamente, anche se una differenza abissale in realtà c’è. È la differenza che tutti sentivamo e discutevamo da settimane ma che il produttore (l’uomo che unico per ruolo avrebbe dovuto parlarne) non osava mai riferire al monumento (perché Fabrizio aveva ragione sull’effetto pur colpevolmente omettendone la causa). Che faccio? Lo dico o non lo dico? Mentre la discussione proseguiva e i toni prendono sempre più quelli della rissa, col produttore fermo impalato attento a non prendere le parti di nessuno nel timore di restare coinvolto dicendo la parolina di troppo, decido che sì, era ora di finirla con la commedia: l’avrei detta io, la parolina, ché altrimenti non se ne sarebbe usciti mai.
“Ma Fabrizio, non è il microfono e non sono nemmeno le mie orecchie! È che adesso hai ‘sta cazzo di maledetta dentiera, belin, non potevi farti fare un impianto?”

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