Falegname in Bretagna

A volte si dicono delle cazzate, a me capita anche spesso. Ma le dico così per dire, più che altro per il gusto della battuta che per me è irresistibile, specialmente se un po’ cinica. È come quando Road Runner dipinge la riga bianca della strada verso una galleria finta disegnata su una montagna e Wile E. Coyote ci sbatte malamente contro.

Le battute sono per me come la riga bianca, sono irresistibili. E io sono Wile E. Coyote.

Detto questo, ci sono cazzate che s’impara solo dopo che sarebbe stato meglio non fare. E meglio ancora non raccontare. E soprattutto se capiti con le tue cazzate appena raccontate su un magazine letto da qualche milione di persone in un articolo con questo titolo

Sette, 2 marzo 2000, cover.

è meglio, molto meglio, che ti prepari a qualche conseguenza. Anche solo qualche.

Il fatto è che ad alcune di quelle cazzate ci si credeva anche. Avete letto bene la data? Marzo 2000. Di lì a due mesi sarebbe crollato tutto e della new economy sarebbe rimasta solo un po’ di cenere da nascondere sotto il tappeto. La bolla, ci hanno detto dopo. Cioè, noi eravamo lì, la facevamo la nuova economia, gonfiavamo la bolla. Ma non ce ne accorgevamo mica, pensa che fessi. Il valore di un’azienda era spesso calcolato unicamente sul numero di utenti registrati ad un servizio online indipendentemente dal fatto che questi fossero paganti o meno e soprattutto indipendentemente dal valore reale del servizio offerto dal sito stesso che spesso era nullo. Ma nullo proprio, eh. C’è che ci ha guadagnato persino vendendo una mailing list di barzellette! Quanto può valere una mailing list di barzellette? E se poi si fonde con un sito di musica brutta, aumenta il suo valore? A calci in culo, va, a gonfiar bolle, ma quelle di sapone che almeno son belle! Leggete questo (cliccateci sopra, che così lo leggete per intero):

Sette, 2 marzo 2000, pag. 34

Ecco, non avevo detto il fotografo, l’unica cosa che ho veramente fatto dopo. Ora, da uno che non sa nemmeno immaginarsi il mestiere farà di lì a breve e che vaneggia di fare il falegname solo perché sa montare i mobili dell’IKEA come pochi altri (e anche qui solo perché da piccolo sapeva fare le funivie con il Lego) (no, non è mai esistita la funivia del Lego, la facevo solo io, con il cavo portante e il cavo traente, eh), come si può pensare di ricavare qualche frase utile? E poi in Bretagna? Ci siete mai stati in Bretagna in aprile? Scommetto di no. Avete fatto bene. Ora, se in aprile è già bene girare a sud di Nantes, immginatevi in gennaio. No, non immaginatevelo che tanto è inutile, in Bretagna non ci sono andato.

Il giocattolino si chiamava Planet e un genio di una prestigiosa banca d’affari aveva stabilito che valesse 12 miliardi di lire. Di lì a poco è stato veramente venduto, alla cosiddetta “grossa azienda” che ci comprò poi solo ed unicamente perché doveva quotarsi in Borsa (vi ricordate quel conglomerato di sabbie mobili chiamato Nuovo Mercato? Non era cent’anni fa, anche se lo sembrano) e non avrebbe potuto farlo senza disporre di una divisione online. I gruppo di Bologna era un castello di carte gestito da un personaggio quantomeno bizzarro ed è fallito ancor prima di noi, non prima però di quotarsi e di far perdere un bel po’ di soldi a qualche decina di migliaia di quelli che oggi si chiamano investitori ma che più correttamente definirei investiti (da un tram), come me, per altro. Planet (o meglio, quel che ne restava. Io per esempio fui estromesso malamente ben prima in qualità di noto e sommo rompiballe) fallì, ovviamente. Senza la grossa azienda forse saremmo anche sopravvissuti per un po’ ancora, ma solo per un po’. Col senno di poi meglio così, comunque, eh. Meglio fallire con l’alibi della colpa altrui che per meriti solo propri. Son gioie che vanno condivise! Per carità di grazia la chiusura della vendita è stata di almeno qualche giorno antecedente al crollo del Nasdaq, ma non abbastanza da impedire a me ed ai miei tre soci di investire più o meno tutto il ricavato in roba che di lì all’11 settembre del 2001 avrebbe perso i  3/4 del suo valore. Fate voi i conti, e capirete che a fare il falegname non ci è andato nessuno di noi quattro.

Per fortuna (sapendo appunto leggere molto bene i manuali e avendo nel frattempo imparato molto bene a leggerli in inglese) non mi sono fermato ai romanzi ungheresi (ma come si fa a dire una cosa così idiota? Io non ho mai letto un romanzo ungherese! Forse un manuale ungherese, semmai), non mangio più solo al ristorante (anche se mi piace sempre molto andarci e ne parlerò prima o poi) e vesto ancora sportivo (le foto in giacca e cravatta non le so fare, mi preoccuperei troppo di non sporcarmi le ginocchia). Al cinema però da qualche anno ci vado molto poco (un po’ perché non sopporto più il doppiaggio e ci si è messo pure il 3D che mi fa venire il mal di testa e un po’ perché mi pare anche che abbia preso una piega che non mi piace mica tanto). A teatro ci andavo poco prima e ci vado ancor meno oggi. Non ne vado fiero, s’intende. La follia della 156 era patetica. Vi rendete conto? Ho molto facilmente calcolato che se avessi comprato subito 10 Porsche 911 (vari modelli a piacere, anche la GT3 se vi va) e le avessi schiantate tutte contro un muro avrei probabilmente perso meno soldi (vendendo almeno i rottami). E avrei fatto una vera follia, degna d’essere raccontata. Quello sì che sarebbe stato un post! Wow, ci pensate? Nemmeno a Top Gear oserebbero tanto.

Ma la soddisfazione più grande di tutte è che a distanza di quasi dieci anni c’è ancora un tipo che ogni volta che mi incontra mi saluta così: “Ecco il miliardario della new economy!”

Eccolo qui il miliardario della new economy, praticamente un pirla.

Il miliardario della new economy

One Comment

  • mannaggia Mau. Non che non sapessi la storia, la sapevo già più o meno. Però rileggerla fa una certa impressione. Soprattutto, però, la tua vita mi scorre davanti come un film: prima fabrizio, poi il miliardario 34enne, poi il fotografo per il Rolling Stones (solo per restare sulle foto qui pubblicate).
    Certo, avresti potuto schiantare qualche 911 su un muro, ma tutto sommato mi pare che di cose da raccontare tu ne abbia parecchie lo stesso.

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