Voglio restare solo

Massimo Ranieri non mi interessa. È tutto ciò che non mi piace della musica italiana. Eppure, dopo Fabrizio De André, “Perdere l’amore” è stato il mio lavoro (musicale) più noto per il grande pubblico. Ancora oggi se uno pensa a lui non può non pensare a “Perdere l’amore”. Lara Fabian ne ha fatto una cover (non che questo sia un merito) e questo simpatico ragazzo l’ha persino tradotta in mandarino. Così per dire.

Massimo Ranieri non so come sia oggi, e non lo sapevo nemmeno allora. Ma una cosa l’avevo capita: a lui della musica non importava quasi nulla.

È rimasto famoso fra gli addetti ai lavori un aneddoto che raccontai ad un giornale musicale dell’epoca e che, proprio per il fatto di averlo reso pubblico, mi creò non pochi problemi. Massimo Ranieri decideva al telefono se il livello del charleston della batteria era giusto perché lui non veniva in studio mai, se non per cantare. Per chi non fosse particolarmente pratico, il charleston è quel pezzo della batteria composto da due piatti metallici rivolti specularmente uno contro l’altro e che viene suonato con un pedale (che ne controlla anche la lunghezza della risonanza) e/o con le bacchette (spazzole o altro a piacere). Dato che è appunto di metallo, produce suoni che hanno anche frequenze molto alte, la maggior parte delle quali non possono essere udite al telefono. Semplicemente perché sono molto al di fuori dal gruppo di frequenze che passano nel canale telefonico (e che danno appunto al telefono quel suono caratteristico così nasale). Ne segue obbligatoriamente che non è possibile in nessun modo valutare correttamente il volume del charleston da un ascolto telefonico: sembrerà sempre troppo basso o comunque diverso rispetto alla realtà. Si possono dire altre cose, ma non “alzami il charleston che così non si sente bene”. Certo che è basso, ma nel tuo telefono, non nel mio mix.

A Roma a registrare “Perdere l’amore” ci andai con Sergio Conforti. Solo che Sergio non era famoso com’è adesso e sull’autostrada gli si ruppe il motore della macchina già un po’ vecchiotta proprio vicino all’area di servizio “Cantagallo”. Mentre lui aspettava il soccorso stradale e il meccanico, io fui costretto a farmi i restanti 350 chilometri in autostop con un sordo che andava a 18o all’ora fra Roncobilaccio e Barberino in una BMW scassata e con il volume dell’amplifon così alto che gli andava in feedback (fischiava, insomma) per il solo fatto di avvicinare la testa al vetro del finestrino. Il tutto in un’epoca in cui i telefoni non avevano le antenne e nessuno sapeva che ci fosse capitato. Ciò nonostante il periodo trascorso a Roma fu un bel periodo, diventai amico di Sergio, conobbi un po’ la città (diciamo meglio che conobbi un po’ i 100 metri intorno all’albergo e i 200 intorno allo studio). E mangiai quasi tutti i giorni gli spaghetti alla checca, che furono una vera rivelazione per me che mi nutrivo allora spesso solo di Gioppini con la maionese. Ci portava a mangiarli proprio Massimo Ranieri, in un posto all’aperto con le tovaglie a quadri rossi, un posto dove in un’altro decennio ti saresti aspettato di trovarci anche Pasolini e qualcun altro un po’ borghese ma con la voglia di sembrar operaio.

A Massimo Ranieri importava molto divertirsi. In studio (un posto enorme e meraviglioso dove registrava anche Morricone, il Forum, costruito sotto una chiesa in Piazza Euclide) arrivava sempre “accompagnato” e cosa facesse dopo cena solo lui lo sapeva. Con noi parlava solo di teatro e di incontri galanti.

A Sanremo quando non vinse nel 1992 con “Ti penso” a momenti venne giù l’Ariston da quanto s’incazzò. Ma perché non avrebbe potuto fare la primadonna con in mano il premio (che qualcuno forse incautamente gli aveva promesso) non perché della canzone gli importasse realmente qualcosa (era proprio quella mixata al telefono…).

Io ero un rompiballe presuntuoso e che Massimo Ranieri giudicasse il volume del charleston al telefono avrei anche potuto tenermelo per me. Ma l’ho raccontato e lui si è arrabbiato. E ancora più di lui s’è arrabbiato il suo produttore. Insomma, con Massimo Ranieri dopo quella sventata dichiarazione non ci ho lavorato più. E sono molto felice che sia andata a finire così.

Maurizio e Massimo

12 Comments

  • valentina olivastri wrote:

    E’ una storia assolutamente fantastica, delirante e troppo divertente! Ho soltanto una domanda da farti: ma perche’ non l’hai scritta prima?
    La foto? Sublime. Sembravi appena uscito dall’asilo!

  • Ma non e’ che per caso si arrabbia di nuovo se lo viene a sapere? :)

  • Caro ex mentore, a parte il sincero apprezzamento per il modo in cui hai scelto di raccontare questo aneddoto (un po’ mi spiace che tu non abbia mai letto nulla di mio, parecchi punti in comune), devo riconoscere che leggere il tutto a distanza di anni è un vero spasso. Ma dici che se metto on line la mia aneddotica su un Venditti o una Ambra della prima ora ti toccherà venirmi a portare le arance a S. Vittore?

    • Beh, mi auguro di no! L’importante è che non ci sia nulla di offensivo, credo (o almeno spero!). Ma dove trovo le tue cose da leggere?

  • Su vecchi (un paio d’anni) numeri di “ComputerMusic&ProjectStudio”… Ma ho i file Word, nel caso.

  • La foto è impagabile. Mi ricordi Bowie, ti dico solo questo.
    Anche il blog è impagabile. Peccato non aver fatto la giornalista allora.

  • Morgan ha appena fatto fare un “salto nel vuoto” a una tipa che dovrebbe averci l’ics factor con questa roba qui. “Ci si prende delle responasabilità”, dice. Mi pare corretto, dipende da quali. Come preferirei sapere che Marco stia scrivendo un bel disco invece di perder tempo con tutta quella fuffa…

    • Ho la sensazione che “quella fuffa” gli sia necessaria per poter vendere un bel disco.
      Siamo messi così, in questo stivale che prende a calci il buon senso…

  • Massimo Ranieri es indiscutiblemente un maravilloso artista y digno representante de la mejor música italiana, de lo mejor que a dado ese país. Massimo sei grande

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